«Quel giorno di molti anni fa facemmo un giuramento: ogni anno avremmo rievocato la presa dell’Acropoli fino a quando la pace non avesse trionfato su tutti i conflitti del mondo.» La voce calda di Lella Costa che riecheggia nel Teatro Comunale De Filippo di Cecina sabato 7 marzo si interrompe di colpo, seguono quindici secondi di silenzio, quindici!
Il silenzio in Teatro, si sa, vale più di mille parole e una pausa interminabile come questa colma con il suo vuoto gli animi di tutti noi astanti in platea.
Riprende Costa: «Siamo qui da duemilacinquecento anni.»
Un inizio potentissimo, che dà il via alla vicenda di Lisistrata, capolavoro del genio dissacrante di Aristofane, presentata in questo adattamento a cura di Emanuele Aldrovrandi e Serena Sinigaglia, che ne cura anche la regia, come rievocazione teatrale da parte degli stessi cittadini che vissero un tempo i fatti raccontati e che ancora non possono morire perché la gente continua a morire.
Lisistrata è la nostra eroina di rosso vestita, che guida le donne greche in una ribellione contro l’assurdità della guerra, quella tra Atene e Sparta, al grido di mai più sesso, e che qui diventa anche capocomica di un gruppo di attori gustosamente capricciosi e indisciplinati, che giocano con le convenzioni teatrali (e lo dichiarano) e che scivolano da un travestimento all’altro al ritmo di musica techno, in una schermaglia di gag e battute serratissime.
Tutto il cast è degno di nota, soprattutto nel saper affiancare magnificamente un’interprete carismatica come Lella Costa.
La storia si dipana grazie all’io femminile che con pazienza e determinazione costruisce dove gli uomini distruggono, come ci suggerisce l’allestimento scenico del palco, dove una quindicina di rocchetti di filo rosso sono disseminati a formare un groviglio che pende anche dalla graticcia e che solo le donne potranno sbrogliare.
In questo spettacolo dalla cifra femminista, che celebra non solo Lisistrata e il suo coraggio, ma tutte le donne che hanno seguito la via che ha tracciato, trovano spazio riflessioni sulla violenza di genere, sull’incomunicabilità tra uomini e donne, tra giovani e anziani, sulla competenza di chi è al potere, spunti mai banali che si depositano dietro i nostri occhi e negli angoli della mente per poter con il tempo germogliare.
Il finale, anch’esso potente, è circolare: ritorniamo alla cornice della storia, agli interpreti/attori testimoni dell’antica vicenda che sono condannati a raccontarla all’infinito, a celebrare la pace, nonostante tutto quello che abbiamo oggi intorno, nonostante la storia si ripeta e si continuino a fare sempre gli stessi errori.
Forse è una cosa scontata, ma mi emoziona pensare che il testo, scritto quasi duemilacinquecento anni fa, sia così potentemente attuale.
Abbiamo bisogno di allestimenti come questo e abbiamo un disperato bisogno dell’effetto catartico di questa vicenda per non perdere la speranza nel poter essere migliori, soprattutto adesso.
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