Stasera in TV: “Italiani”. Giovannino Guareschi

Stasera in TV: "Italiani".  Giovannino Guareschi Il suo funerale, nel 1968, fu quasi ignorato. Nessun esponente del mondo politico o intellettuale. Vicino alla bara, avvolta nella bandiera con lo stemma di Casa Savoia, solo i familiari e un pugno di amici: il direttore della Gazzetta di Parma, Baldassarre Molossi, e Giovanni Mosca, Carlo Manzoni, Nino Nutrizio, Enzo Biagi Enzo Ferrari. Finiva così – tristemente – la storia di Giovannino Guareschi, giornalista, scrittore, disegnatore. Ma, soprattutto, personaggio controcorrente nell’Italia del dopoguerra. A lui Rai Cultura dedica il documentario di Fabrizio Marini, in prima visione stasera alle 21.10 su Rai Storia per il ciclo “Italiani”.

Nato a Fontanelle, in provincia di Parma, l’1 maggio 1908, Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi deve all’incontro con Cesare Zavattini il primo lavoro come correttore di bozze al «Corriere Emiliano» ed è sempre Zavattini, nel 1936, a proporgli di lavorare per un nuovo quindicinale di satira, il «Bertoldo», a Milano. La guerra porta alla chiusura del giornale nel settembre 1943 e l’8 settembre, come tenente di artiglieria, Guareschi rifiuta di combattere per la Repubblica Sociale: è arrestato dai Tedeschi il 9 settembre e deportato. Due anni di prigionia durante i quali compone “La favola di Natale”, racconto musicato di un sogno di libertà.

Dopo la guerra, Guareschi torna in Italia e fonda una rivista con simpatie monarchiche, il «Candido, settimanale del sabato». Nel 1948 esce il primo romanzo su Don Camillo e Peppone. È il primo episodio di una saga ventennale in 346 puntate e 5 film conosciuta in tutto il mondo. La profonda fede cattolica, l’attaccamento alla monarchia e il fervente anticomunismo fanno di Guareschi uno dei più acuti critici del Pci e sono famosissime le vignette intitolate “Obbedienza cieca, pronta, assoluta”, dove sbeffeggia i militanti comunisti che lui definisce “trinariciuti”. Nelle elezioni del 1948 Guareschi s’impegna affinché sia sconfitto il Fronte Democratico Popolare (Pci-Psi) e molti slogan, come “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, diventano famosi.

Ma nel 1950 una vignetta pubblicata sul «Candido» costa a Guareschi, condirettore del settimanale, la prima condanna per vilipendio al Capo dello Stato Luigi Einaudi. Nel 1954, poi, viene condannato per diffamazione a mezzo stampa su denuncia di Alcide De Gasperi, capo del governo dal dicembre 1945 all’agosto 1953. Guareschi viene in possesso di due lettere (poi rivelatesi false) del politico trentino risalenti al 1944. In una di esse De Gasperi avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare i centri nevralgici della capitale «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti dei fascisti e degli occupanti tedeschi. Il 15 aprile Guareschi è condannato a dodici mesi e recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, dal quale esce il 4 luglio 1955. Nel 1957 si ritira da direttore del «Candido», rimanendo tuttavia collaboratore. Nel giugno 1961 è colto da un infarto, da cui si riprende a fatica e il 7 ottobre dello stesso anno esce il quarto film della famosa saga di don Camillo: “Don Camillo monsignore… ma non troppo”.

Dopo la chiusura di «Candido», Guareschi inizia alcune collaborazioni, ma nel 1968 gli viene riproposta la direzione del giornale. Prima di poter riprendere muore per attacco cardiaco, il 22 luglio, a Cervia.

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