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Recensione: “Buio” – Il vero, ricercato e sfuggito, ambito e negato

Recensione: "Buio" - Il vero, ricercato e sfuggito, ambito e negatoBuio
di Anna Kantoch,
Carbonio Editore.
Ci sono ferite da cui non si guarisce mai.
Ti colpiscono in superficie, ma scavano in fondo all’anima e si trasformano in qualcosa che va alla ricerca di un’imperdonabile verità.
“Buio” è una storia a 2 tempi: il tempo di adesso e il tempo dei ricordi.
La protagonista, di cui non si conosce il nome, a quattordici anni prende consapevolezza del suo corpo di donna, si sente diversa, più bella, più formosa, ma è anche consapevole della sua fragilità. Sa che basterebbe una battuta dei suoi fratelli oppure lo sguardo contrariato del padre a farla tornare a essere una quattordicenne timida e impacciata.
Si trova nella casa vacanza di campagna a Buio, in Polonia, casa che è nei suoi ricordi dalla più tenera infanzia, e quel giorno sono tutti di buon umore, si va a teatro a vedere un’opera vera, da ‘adulti’: la rappresentazione di Sogno di una notte di mezza estate.
Prende parte a questa rappresentazione Jadwiga Rathe, una conoscenza del padre, una donna attraente con una voce calda e profonda. La nostra protagonista senza nome, stregata dal mondo dell’illusione teatrale,inizia a immaginare e a desiderare.
Desidera lei, la donna Jadwiga, “L’amore verso una donna è decisamente più complesso, perché cos’avrei voluto, io, da Jadwiga? Essere la sua migliore amica, sua sorella, sua figlia adottiva? Tutto questo insieme e molto di più… Io volevo tutta Jadwiga, avrei voluto strapparle la pelle e infilarmici dentro…”
I ricordi disorientano, la mente si stanca e la fantasia diventa illimitata, si trova ora nella sua parte di vita trascorsa nel sanatorio sul Baltico dove l’ha portata suo fratello, per farla “riposare”. Cerca conforto nel ricordo degli oggetti che riconosce: il letto in cui dorme, la scrivania dove scrive, il suo vestito che pende dalla sedia… sono queste le cose che la mantengono legata al reale.
Ma il fratello torna a riprenderla, i medici hanno fatto tutto ciò che potevano e lui non è più disposto a pagare la retta di degenza. Lei sa che dovrà solo mantenere la calma, andrà a vivere da lui con sua moglie, la sua governante e i suoi figli. E poi ritornerà a Buio, per rivivere il suo “Sogno di una notte di mezza estate” .  Proprio come nella commedia di Shakespeare questo romanzo chiede a noi lettori di saper distinguere l’illusione dalla realtà.
Ma quale realtà? Il romanzo si muove tra ricordi, presente e futuro senza un preciso itinerario, disorienta e confonde le carte.  Il vero è ricercato e sfuggito, ambito e negato. Una sottile e ambigua sessualità, segreti familiari, cicatrici inferte e nascoste e… quel cadavere, il cadavere di Jadwiga e l’orrenda sensazione di aver commesso un gesto orribile e irreparabile.
E poi Buio, il buio che non fa soltanto paura, specialmente se lo si affronta con affetto nostalgico e se si riflette sulla sua natura. I ricordi legati a Buio sono dei templum, luoghi immaginari sacri, in cui non può avvenire nulla di negativo, nonostante che il male abbia avuto origine proprio lì.
L’autrice ci invita ad allargare le prospettive per vedere le cose da altri possibili punti di vista, ci insegna a essere liberi di leggere, negli accadimenti, quello che ci riporta non alle azioni immediate, di reazione, ma a quelle riflessive, dove possiamo portare una decisione, una scelta e, quindi, un significato.
Meritatissimo il premio Żuławski ricevuto dalla Kantoch per questa opera letteraria.
Degno di nota anche il certosino lavoro di traduzione di F. Annicchiarico che rende merito allo stile dell’autrice.

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