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Recensione: La verità sul linguaggio (per quel che ne so). “Se solo i fossili potessero parlare…”

Recensione: La verità sul linguaggio (per quel che ne so). "Se solo i fossili potessero parlare..."

La verità sul linguaggio
(per quel che ne so).
di Michael C. Corballis,
Carocci E
ditore, Collana Sfere.

La capacità di trasformare i nostri pensieri in una stringa di suoni che un altro essere umano può decifrare è paragonabile a uno straordinario superpotere, eppure lo diamo sempre per scontato. Ma cos’è veramente il linguaggio? Come funzionano i suoi ingranaggi? Da cosa ha avuto origine?

L’origine del linguaggio umano è un argomento che genera allo stesso tempo, da sempre, interesse e controversie. L’interesse nasce dalla convinzione, radicata nel senso comune e costantemente ribadita in ambito scientifico, che il linguaggio costituisca l’attributo che più di ogni altro qualifica gli umani in quanto tali. Ma le difficoltà di ordine metodologico con cui è chiamata a fare i conti un’indagine del genere, generano non pochi dibattiti contrastanti. Il linguaggio, infatti, non lascia tracce fossili: non è possibile ricostruire l’origine e l’evoluzione del linguaggio allo stesso modo in cui si ricostruisce l’origine e l’evoluzione di altre importanti caratteristiche umane, come ad esempio la postura eretta.

Corballis, psicologo e neuroscienziato neozelandese., autore di questo saggio, sagacemente sintetizzava il problema in un suo scritto precedente con una battuta: «Se solo i fossili potessero parlare, o se tra gli artefatti fossero comprese audiocassette!»
Proprio a causa di difficoltà di questo tipo, la Società Linguistica di Parigi l’8 marzo del 1866 mise al bando qualunque comunicazione dei soci che avesse come tema l’origine del linguaggio e la nascita di una lingua universale. Lo stesso fece nel 1872 la Società Filologica di Londra. Gli studiosi del tempo preferivano evitare discussioni e diatribe irrisolvibili, che le evidenze empiriche fragili avrebbero senza dubbio generato.

Oggi l’origine del linguaggio non è più un tabù. La nascita e il consolidamento della teoria evoluzionistica darwiniana hanno permesso, infatti, di affrontare l’argomento in modo scientifico e sistematico.

Lo studio del linguaggio è un’impresa multidisciplinare che vede coinvolti su più fronti, linguisti, antropologi, neuroscienziati, scienziati cognitivi, biologi evoluzionisti, paleoantropologi, psicologi comparati, primatologi.
Studiare il linguaggio nell’ottica darwiniana ha importanti conseguenze sul modo di intendere non solo il linguaggio, ma anche la natura umana. Considerando il linguaggio una caratteristica unica della nostra specie può indurre però a considerare gli esseri umani detentori di uno statuto di specialità nella natura.

Tale è la posizione di Noam Chomsky. Fiero esponente della tradizione cartesiana, egli sostiene infatti, che la comparsa del linguaggio introduce una discontinuità nel mondo della natura: l’essere umano non è diverso dagli altri animali allo stesso modo in cui ogni animale è diverso dagli altri animali. Dunque, il linguaggio segna una differenza di ordine qualitativo tra esseri umani e altri animali rendendo Homo sapiens un’entità speciale nel mondo della natura.

Lo studio del linguaggio all’interno della prospettiva evoluzionistica darwiniana muove da presupposti diametralmente opposti. Convinto seguace di questa corrente di pensiero è il Corballis. Secondo Darwin «l’uomo è sottoposto a variazioni numerose, leggere e diversificate, che sono indotte dalla stesse cause generali e sono regolate e trasmesse secondo le stesse leggi generali valide per gli animali inferiori». In tale prospettiva, le differenze esistenti tra gli umani e gli altri animali sono differenze solo di quantità e mai di qualità. Il linguaggio costituisce senz’altro una grande differenza che gli esseri umani mostrano rispetto agli altri animali, tuttavia essa, non motiva la collocazione di Homo sapiens su un gradino superiore e distinto rispetto al resto della natura.

No si discute che il linguaggio sia un superpotere e che l’uso della parola spesso è un’arma affilata. A tal proposito è curioso notare come il titolo inglese originale The Truth about Language: What It Is and Where It Came From sia traslato nel più cauto titolo italiano, La verità sul linguaggio (per quel che ne so), incrinando leggermente l’assertività originaria… Potere del linguaggio appunto! Per essere più precisi: potere della parola!

Corballis infatti, nel panorama di un’interpretazione darwiniana, si distingue per la chiarezza con cui sottolinea la differenza tra linguaggio e parola. La comunicazione verbale è solo una delle possibilità del linguaggio, e non certo la più antica.
L’autore ribadisce la tesi dell’importanza del linguaggio gestuale, già affrontata in alcuni suoi scritti precedenti. I nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, hanno un fortissimo controllo della manualità, più che delle emissioni vocali. La stessa lingua dei segni dimostra ampiamente che gesti e mimica sono più che sufficienti a sostenere un linguaggio articolato. La parola ha senz’altro preso il sopravvento nella comunicazione umana ma non ha mai cancellato del tutto i vari aspetti della comunicazione corporea. La gestualità è un affascinante universo comunicativo.

A tal proposito il Corbellis giunge a una ipotesi del linguaggio come prodotto di una tecnologia, e quindi come risultato di un apprendimento. In sintesi a dare impulso allo sviluppo del linguaggio è stata la necessità pratica di condividere pensieri ed esperienze: dunque, un fattore esterno, non un mero processo neurologico.
C’è un forte legame tra l’articolazione del linguaggio e lo sviluppo di tecniche di costruzione degli strumenti. Per produrre e utilizzare utensili occorre mettere in atto procedimenti che presuppongono anche l’evoluzione della grammatica, per descrivere e tramandare la combinazione di parti o la successione temporale delle operazioni.

L’idea di Corballis si basa sulla ipotesi che il sistema specchio abbia permesso lo sviluppo della mimesi, vale a dire la capacità di mimare, cioè riprodurre intenzionalmente, azioni ed eventi del mondo esterno. La differenza fondamentale tra gli animali e l’uomo, starebbe nel fatto che le scimmie riescono a compiere un’azione solo in presenza di un oggetto o di uno stimolo esterno e che l’uomo invece la compie anche in sua assenza, come avviene nella mimesi. Corballis ipotizza che questo “può aver gettato le basi per la comprensione degli atti che sono simbolici piuttosto che orientati agli oggetti”.

Con il passare del tempo, i gesti sarebbero diventati più astratti e arbitrari e, una volta perso l’aspetto mimetico, il linguaggio non sarebbe stato più limitato alla modalità visiva e le vocalizzazioni avrebbero sostituito gli atti manuali.

Un altro fattore importante nello sviluppo del linguaggio è la qualità “camminatrice” dell’Homo Sapiens. I nostri progenitori hanno sicuramente imparato a comporre lunghi discorsi perchè hanno fatto, spesso e a lungo l’esperienza di compiere lunghi spostamenti. Camminare e raccontare sono attività complementari. Alla base di entrambe c’è il ritmo, e curioso notare come sia in latino che in greco l’unità di misura della metrica è denominata piede.
L’origine del linguaggio dunque chiama in causa tutto il corpo, bocca, cervello, volto, mani, piedi. Non è un caso forse il sentirsi oggi così disorientati, impreparati e goffi, quando si parla immobili davanti a una webcam.

Il linguaggio, infine, non va dimenticato, è soprattutto il prodotto di una struttura organica unica in natura e non può essere originato da nessun’altra struttura anatomica esistente al mondo.

Ê quasi inevitabile a questo punto porsi la domanda: può essere considerato come l’unica specializzazione conseguita dall’essere umano? Quell’essere carente e inerme, costretto al dominio sulla natura per la sopravvivenza.
Lasciamo che a rispondere siano le illustre menti, che come Corballis continuano a interrogarsi sull’origine del linguaggio, giungengo a formulare ipotesi sempre più comprovabili e verosimili.

A noi resta la certezza che, per poter agire in questo mondo, per pianificare la propria esistenza in vista del futuro, l’uomo necessita dell’abilità linguistica, uno strumento simbolico esonerante che, azzerando i punti di contatto tra lui e il mondo, ossia disimpegnandolo in massima misura dalla pressione del presente, costituisce una condizione fondamentale per la sua esistenza.

Michael Corballis, psicologo e neuroscienziato neozelandese, approfondisce le proprie ricerche nel campo delle neuroscienze cognitive analizzando sistemi cognitivi complessi quali percezione, attenzione e memoria e avviando un programma di ricerca sull’asimmetria cerebrale.
Questo programma di ricerca riceverà un notevole impulso a partire dagli anni Ottanta, in concomitanza con il ritorno all’Università di Auckland e con la costituzione di un gruppo di studio specializzato.
Negli ultimi anni, gli interessi di Corballis si sono orientati verso la biologia evoluzionistica, contribuendo in modo significativo alla naturalizzazione della mente e dei processi cognitivi complessi quali il linguaggio e la teoria della mente.
Di grande risonanza internazionale è la sua ipotesi sull’origine filogenetica del linguaggio umano espressa nel libro Dalla mano alla bocca, secondo la quale il linguaggio articolato umano avrebbe il proprio antecedente biologico nei linguaggi segnaletici.

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