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Recensione: “Nessuno uccide la morte. Mazzacani Sulle tracce di Colucci”, un giallo che è anche analisi sulla devianza di genere

“Matteo Maltempo era un giovane pugliese. Che ci faceva sui monti di Catanzaro in una notte gelata di inizio dicembre, (…)?”

Già cosa ci faceva? Il cadavere del giovane, mutilato e torturato in maniera disumana, rituale, sembra confermare e contraddire contemporaneamente ogni ipotesi.

Matteo era l’amante segreto di Elia Colucci, un attempato camorrista ammalato di SLA. Sparito nel nulla. Il bandito Mazzacani rientra in scena per ritrovare l’amico. Intorno a questa ricerca gira un carosello di personaggi così tanto improbabili da dare il giusto spessore di realtà a tutto il racconto. Perché la realtà è proprio così: assurdamente più illogica di qualsiasi finzione.

Questo secondo romanzo, Nessuno uccide la morte. Mazzacani Sulle tracce di Colucci (Fandango) dedicato alle avventure di Mazzacani, sembra uno studio sulla devianza di genere. Diventa, forse in maniera inconsapevole, o forse volutamente -l’autore Palmisano è pur sempre un sociologo- un’analisi delle caratteristiche dei reati sia in relazione al dato quantitativo (cioè il numero dei delitti commessi in un determinato arco di tempo), tipologico (modalità dell’azione, bene offeso), sociale (connessioni tra le condizioni socio-economiche e i reati stessi), sia in relazione alle caratteristiche della personalità degli autori del reato e alle connessioni tra queste e il contesto socio-familiare di provenienza, la cittadinanza, il livello di istruzione, l’età. L’appartenenza sessuale più di ogni altro fattore costituisce un criterio di classificazione, l’autore descrive minutamente un vasto repertorio di soggetti criminali del “gentil sesso”. C’è una persistente difficoltà culturale ad affrontare e inquadrare la realtà della donna-delinquente; storicamente, la donna che contravveniva alle regole che la società maschile si era data, non è mai stata considerata come portatrice cosciente di ribellione o di disagio sociale, ma, in ragione della sua inferiorità biologica e psichica, come una “posseduta” o una malata di mente. Non si poteva ammettere, culturalmente, che una donna potesse consapevolmente decidere e praticare l’uscita dal perimetro delle regole.

Nel romanzo sono proprio le donne che spezzano tale lettura ricondotta a un sistema culturale di potere maschile. Come in tutti i campi sociali e culturali, anche nel mondo criminale le donne si sono emancipate modificando notevolmente la comunicazione sulla scena pubblica. Hanno deciso di uscire allo scoperto, di uscire dal silenzio che per anni le ha rese “ombre invisibili” dei loro uomini, rendendole “immuni” da qualsiasi giudizio, pubblico e legale.
Le “donne devianti” violano così le regole per ben due volte: perché sono divenute criminali nonostante fossero donne e quindi capaci di utilizzare la cattiveria, e ovviamente per i crimini che compiono.
Così Donna Laura, reggente del clan di camorra che porta il suo nome e gestisce i Quartieri Spagnoli a Napoli, spara a sangue freddo un proiettile mortale al suo uomo, sposato solo perché “era bello”, senza nessuna implicazione romantica. Per lei le vere organizzazioni criminali devono essere famiglie, con donne che proliferano. I clan di soli uomini li considera solo “gruppi di ricchioni” senza futuro.
E così la professoressa De Bellis, abile ladra di opere d’arte che con l’aiuto di Isabella, amante di Mazzacani, piazza e rivende sul mercato nero.

Ma la presenza femminile si manifesta anche nella parte contrapposta al crimine. Teresa Buonamica, procuratrice di Bari. Nata nel quartiere popolare Carrassi, innamorata delle paste alla crema di pistacchio, è a capo della DRAP. Direzione Regionale Antimafia di Puglia.

La ricerca di Elia Colucci e la verità sulla morte del suo amante Maltempo, infrangono ogni confine territoriale. Scendono in campo tutte le organizzazioni criminali, dalla Campania, dalla Puglia, dalla Calabria, dalla Sardegna. Sembra una strana partita a scacchi, dove la scacchiera è un territorio vasto dai profili incerti.

La chiave di tutto è forse ancora una volta in mano a una donna. Alina Desiati, misteriosa anziana signora. A capo di una anacronistica comunità hippy della valle dell’Itria. Carismatica e inquietante figura.

Protagonista è anche il linguaggio, i dialetti dei vari personaggi, che amplificano la sensazione di realtà. E protagonisti sono anche i sentimenti, insospettabili in uomini dediti ai peggiori crimini. Proprio quest’aspetto rende i personaggi palpabili nella loro vulnerabilità, hanno tutti qualcosa da perdere perché hanno qualcosa a cui tengono.
Palmisano tratteggia vivacemente il racconto. Man mano che si svolge la vicenda, che si conoscono le dinamiche della sparizione di Colucci e gli intrighi dei malviventi impegnati a spartirsi il territorio vacante, si dispiega un mondo.

Al centro c’è il cadavere di Matteo Maltempo, da cui siamo partiti, il compagno segreto di Colucci. Segreto perchè la criminalità ha un retaggio omofobo non del tutto superato. Sul suo corpo c’è quasi una firma.
Per risolvere il caso occorrerà intrecciare convivenze tra criminali e chi dovrebbe combatterli.
La corruzione serpeggia nel libro così come nel mondo reale e restituisce uno spaccato dell’italia poco “gratificante”.

L’amarezza che resta è un pugno nello stomaco su cui riflettere e su cui costruire il coraggio di voltare pagina, quella del libro e quella della Storia.

Leonardo Palmisano è nato a Bari nel 1974.
Etnografo e scrittore, insegna Sociologia Urbana al Politecnico di Bari. È autore di numerosi romanzi, tra cui “Trentaquattro” (Premio Eboli 2011).
Ha scritto anche i saggi ”Palombella Rotta, un decalogo per la sinistra in piena crisi” e “Nessuno tocchi la Puglia Migliore”.
È sceneggiatore e redattore per www.sulromanzo.it; presiede la cooperativa editoriale Radici Future Produzioni.

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