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Recensione: “Woodstock e poi… 50 anni di utopie musicali”, dal palco un’idea di mondo diversa

“Al mattino del 18 agosto, sulle ultime aurorali note dell’inno americano trasfigurato da Jimi, si ha la percezione del risveglio, quello definitivo, il non ritorno.”
Così si legge nella prefazione di Donato Zoppo, al saggio della Siragna.

Nel 1969 “Tippy il coniglietto hippy” si porta a casa la vittoria allo Zecchino d’oro.
L’ondata hippy era stata inarrestabile finanche in Italia, insieme ai capelloni e alle minigonne!
Era l’onda di un sogno, il sogno di una pace universale, infranta inesorabilmente sugli scogli della realtà della natura umana.

Son passati 50 anni e Paola Siragna, l’autrice, racconta la storia di un’epoca senza averla vissuta.
I suoi genitori si conobbero proprio in quel 1969, e a loro lei dedica Woodstock e poi… 50 anni di utopie musicali (Mimesis edizioni).

Quasi tutto quello che sappiamo di Woodstock somiglia a un racconto mitologico, nato durante quei “3 Days of Peace & Rock Music”, eternamente fissati nella nostra memoria grazie alla tradizione orale di quelli che chiamiamo “i figli dei fiori”.

Un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal diceva testualmente: “Giovani uomini con un capitale illimitato, in cerca di valide e interessanti opportunità di investimento e proposte di business”. Quattro ragazzi non ancora trentenni ebbero l’idea di organizzare il festival: John Roberts, Joel Rosenman, Artie Kornfeld e Michael Lang.

Roberts, aveva ereditato una somma considerevole e voleva investirla in un progetto musicale. I Creedence Clearwater Revival, furono il primo grande gruppo a firmare per Woodstock. Il concerto doveva tenersi nella città di Wallkill, ma per timore di disordini la cittadina ritirò la disponibilità all’ultimo minuto. Così fu il fattore repubblicano Max Yasgur a salvare Woodstock, mettendo a disposizione il suo terreno a Bethel per ospitare il festival, a una settantina di km dalla più nota Woodstock, sede di una delle maggiori comunità di artisti del XIX e XX secolo.

Quello che non si racconta mai è che Woodstock fu un disastro a livello organizzativo: 400mila persone vissero per quattro giorni in un inferno di sporcizia, droghe e fango, con la costante minaccia di una elettrosterminazione di massa. Ma fu soprattutto un miracolo: nessuna di queste persone morì, tranne il diciassettenne Raymond investito per fatalità da un trattore.

Per partecipare al concerto era previsto un biglietto di ingresso, ma Il produttore del festival John Morris salì sul palco e pronunciò una frase entrata nella leggenda: “It’s a free concert from now on”.

Questa decisione passò alla storia come un regalo degli organizzatori alla Generation of Love, si trattò invece di una scelta motivata dalla paura che tutto saltasse in aria. Ci si aspettava circa 25mila persone ma ne arrivarono 375mila in più.

Molte persone non riuscirono nemmeno a raggiungere il luogo dell’evento a causa della coda chilometrica che si formò sull’unica strada di Bethel, inclusi alcuni musicisti, tra essi la band di apertura, gli Sweetwater. Al loro posto suonò Richie Havens improvvisando un concerto di circa tre ore. Havens, non sapendo più cosa suonare in attesa che arrivassero gli altri musicisti, cominciò a ripetere “Freedom… freedom…”. Inventando lì per lì il suo singolo di maggior successo.
L’ultimo artista previsto, Jimi Hendrix, salì sul palco il lunedì mattina invece della domenica sera, suonando una versione distorta dell’inno americano nella quale imitava i suoni delle bombe e delle mitraglie della guerra del Vietnam.

Perché al di là dei problemi logistici, organizzatori e musicisti erano sinceramente mossi dalla convinzione che la musica potesse cambiare il mondo.

Su quel palco qualcuno provò davvero a proporre un’idea di mondo diversa.
L’autrice ne cerca e svela le tracce nella musica, nella società, nella moda, negli usi e costumi arrivati fino ai nostri giorni, i giorni dei “nipoti dei figli dei fiori”. L’evento Woodstock nasceva dal movimento pacifista che si opponeva alla guerra del Vietnam promuovendo valori universali come amore, speranza, condivisione e fratellanza. Un piccolo mondo utopico di breve durata ma il cui ricordo è sempre vivo perché è stato qualcosa di grandioso e unico, non solo a livello musicale.

Sei giorni prima del concerto, il 9 agosto del 1969, la Family di Charles Manson fece irruzione nella villa di Cielo Drive, a Los Angeles. Massacrò tutti i presenti: cinque persone, tra cui Sharon Tate, moglie di Roman Polański incinta di otto mesi.
Questo fu lo spartiacque tra l’utopia della Summer of Love e i conflitti sociali degli anni Settanta.

La vicenda Manson è il lato oscuro del movimento hippie. Sangue e fiori. Un gruppo di giovani pacifisti si era fatto manipolare da un visionario senza scrupoli.
Tuttavia Woodstock è ancora in tutti noi, nonostante il fango, la pioggia, gli amplificatori che mandavano scintille, la droga, l’assenza di cibo, acqua e servizi igienici, tutti noi, nipoti dei figli dei fiori, avremmo voluto essere lì nel 1969.
Perché Woodstock fu un disastro, è vero, ma anche un incredibile miracolo.

Paola Siragna, nata a Genova nel 1982, violoncellista e laureata in Musicologia, svolge attività concertistica classica e pop collaborando con varie formazioni orchestrali. Insegna Storia della Musica e ha pubblicato vari saggi dove il tema centrale resta sempre la musica. Da questa sua grande passione nasce questo testo, al quale collaborano Ivano Fossati, con una intervista esclusiva, Donato Zoppo, che firma la prefazione, e Gianni De Martino, curatore dell’Appendice al volume.

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