Un film su maternità, desiderio e identità. Noi due sconosciuti arriva stasera in tv dopo il debutto al cinema del 7 maggio. La pellicola è diretta dalla regista norvegese Janicke Askevold e porta sullo schermo una storia personale e contemporanea. Allo stesso tempo, racconta qualcosa di universale.
Una storia di bugie, sentimenti e famiglia
Edith è una giornalista curiosa. È anche madre single di un bambino nato grazie all’inseminazione artificiale. Un giorno scopre per caso il nome del donatore, ovvero il padre biologico di suo figlio. Così decide di incontrarlo. Lo fa con un pretesto: un’intervista. E senza rivelare chi è davvero.
Edith è una giornalista curiosa. È anche madre single di un bambino nato grazie all’inseminazione artificiale. Un giorno scopre per caso il nome del donatore, ovvero il padre biologico di suo figlio. Così decide di incontrarlo. Lo fa con un pretesto: un’intervista. E senza rivelare chi è davvero.
All’inizio sembra tutto sotto controllo. Tuttavia, col tempo, il rapporto tra i due diventa sempre più intimo. Edith si trova costretta a costruire una bugia dopo l’altra. Proprio questo meccanismo spinge il film verso un territorio emotivo inaspettato. Alla fine, la domanda non è solo “chi sei tu” ma soprattutto “chi sono io”.
Il cinema nordico e lo sguardo libero sulla famiglia
Non è la prima volta che il cinema scandinavo affronta il tema della famiglia in modo anticonformista. Anzi, è uno dei suoi tratti più riconoscibili. In questo caso, il film esplora la monogenitorialità senza giudicare e senza risolvere tutto in modo ordinato.
La regista Askevold ha spiegato così la sua intenzione: il film segue Edith, una donna combattuta tra desiderio, dovere e immagine di sé. Ma capace, allo stesso tempo, di intraprendere un percorso molto personale nell’amore, nell’etica e nella maternità. È quindi un ritratto sfumato, non una tesi.
Un cast di volti già noti al cinema d’autore europeo
Nel ruolo di Edith c’è Lisa Loven Ko
Edith è una giornalista curiosa. È anche madre single di un bambino nato grazie all’inseminazione artificiale. Un giorno scopre per caso il nome del donatore, ovvero il padre biologico di suo figlio. Così decide di incontrarlo. Lo fa con un pretesto: un’intervista. E senza rivelare chi è davvero.
All’inizio sembra tutto sotto controllo. Tuttavia, col tempo, il rapporto tra i due diventa sempre più intimo. Edith si trova costretta a costruire una bugia dopo l’altra. Proprio questo meccanismo spinge il film verso un territorio emotivo inaspettato. Alla fine, la domanda non è solo “chi sei tu” ma soprattutto “chi sono io”.
Il cinema nordico e lo sguardo libero sulla famiglia
Non è la prima volta che il cinema scandinavo affronta il tema della famiglia in modo anticonformista. Anzi, è uno dei suoi tratti più riconoscibili. In questo caso, il film esplora la monogenitorialità senza giudicare e senza risolvere tutto in modo ordinato.
La regista Askevold ha spiegato così la sua intenzione: il film segue Edith, una donna combattuta tra desiderio, dovere e immagine di sé. Ma capace, allo stesso tempo, di intraprendere un percorso molto personale nell’amore, nell’etica e nella maternità. È quindi un ritratto sfumato, non una tesi.
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